|
Era un pomeriggio caldissimo quando Carletto arrivò a Sesto dalla uggiosa calura della bassa pianura padana in viale Matteotti proprio di fronte all’Oratorio.
Era la fine degli anni Cinquanta e l’attenzione di Carletto fu subito rapita dall’altezza della casa che avrebbe dovuto accoglierlo: sei piani, una specie di Torre Eiffel. Dall’altra parte della strada quell’oratorio magnetizzava la sua attenzione e decise di farci subito un salto.
Quanta gente, quanti ragazzi e oltre il campo a sette, perfino un campo regolamentare e quel portico che portava alle sale con il biliardino e il ping pong, dove “quando arriverà l’inverno e pioverà potrò davvero divertirmi”. Inevitabile paragonare quanto stava vedendo con il suo piccolo oratorio nella bassa e quando la nostalgia stava per attanagliare Carletto, un gruppo di coetanei lo invitarono a fare la prima partitella sestese.
Il suo primo giorno in città stava per diventare un giorno indimenticabile soprattutto quando scoprì che dalla finestra della sua nuova casa poteva vedere i due campi da calcio dell’oratorio. Ma le sorprese non erano ancora terminate…Non aveva ancora finito di cenare, che notò dalla finestra una strana luce, troppo strana per essere sera. Era di certo artificiale, Carletto vide che nel campo alcuni pali di legno che prima non aveva notato, lo circondavano e lo illuminavano a giorno.
Stavano collaudando l’impianto di illuminazione per il torneo serale che il gruppo dell’Oratorio organizzava tutte le estati, il torneo “18 Isolabella”.
I giorni seguenti furono un susseguirsi di emozioni.
Aiutò i responsabili a montare le tribunette in giunto e tubo Innocenti che venivano innalzate ai bordi del campetto. E poi la recinzione intorno al perimetro di gioco con cavo in acciaio. La giusta divisione tra spettatori e giocatori, per partite dirette da arbitri federali.
Il torneo vedeva coinvolti bar, ristoranti, latterie, aziende e gruppi di amici che davano vita a incontri il cui tasso tecnico era davvero elevato.
Nella fase finale restavano squadre che annoveravano nelle loro fila giocatori più o meno famosi, ancora in attività o a carriere appena terminate.
Gente come Pierino Prati o i fratelli Maldera o Santin, gente che non esitava a lasciare la maglia del Padova o del Legnano per indossare quella della Latteria Carletto, del Mobilificio Boga o delle patatine San Carlo.
Come tutti i ragazzi, anche Carletto sognava di partecipare a qualche edizione di quel torneo, magari disputando anche solo scampoli di gara. Ma per i primi anni dovette partecipare solamente come….venditore di ghiaccioli.
Con un grosso contenitore legato con una cinghia appoggiata sulle spalle, Carletto girava tra i tifosi ai bordi delle tribunette e una volta finita la scorta, correva al bar per riempire nuovamente il contenitore cercando di battere l’incasso della sera prima e gareggiare con gli altri per un premio finale.
Le partite delle finali furono incontri memorabili. Spesso erano necessari i supplementari e anche l’affascinante lotteria dei calci di rigore. La fama del torneo cresceva come Carletto, che riuscì a partecipare a qualche edizione, coronando così il suo sogno.
Quando ricorda quei momenti Carletto, ora ultra cinquantenne, non può fare a meno di pensare a quanta attenzione gli animatori e Don Rosa, il coordinatore di tutti, dedicavano ai ragazzi e quanto le attività non fossero intaccate neppure dall’importante avvenimento.
La qualità del tempo in oratorio doveva essere sempre elevata e questi ricordi Carletto li conserva con grande gelosia.
In quegli anni, Salesiani come Don Rosa e Don Remo, sono stati esempio concreto per i tanti “Carletto” e hanno lasciato un forte segno nella storia del Gruppo Sportivo Rondinella.
A Don Remo Conti è dedicato il campo sportivo e un torneo, giunto oggi alla ventisettesima edizione e molti ancora lo ricordano, quando con il sacco delle magliette, attraversava il cortile la domenica mattina al termine delle partite sul campo.
Il suo impegno nella scuola lo teneva occupato durante tutta la settimana, ma il sabato e la domenica erano dedicati all’oratorio e alla “sportiva”. La Rondinella la sentiva come sua, sempre disponibile al dialogo, inframezzato da qualche arrabbiatura (!!!!) che non toglieva nulla alla sua giovialità. La sua azione era per i ragazzi, senza distinzione tra quelli dell’Oratorio e quelli della Scuola. Erano sempre ragazzi e spesso gli stessi.
I giovani li ha amati come li amava Don Bosco; non nascondeva la gioia per la vittoria, ma era convinto che il suo impegno e quello di tutti i tecnici e dirigenti del G.S. doveva tendere soprattutto a formare giovani forti, leali e onesti, senza esasperare la loro crescita tecnico-sportiva, obiettivo principale di una società sportiva inserita nell’oratorio. L’ambiente cordiale e di confidenza che la “sportiva” era impegnata a creare sarebbe stato di validissimo aiuto all’oratorio nello svolgimento della sua opera di formazione umana e cristiana dei giovani. La presenza di Don Remo, il suo entusiasmo e la sua disponibilità cordiale ha sostenuto il G.S. in questo impegno e la sua partecipazione attiva era un modo di vivere lo spirito dell’oratorio.

Soprattutto durante i mesi della sua malattia la vicinanza con i suoi ragazzi è stata più profonda, per loro esempio vero e ...compreso. Sempre pronto ad informarsi sull’esito di una partita importante e ad incitarli a “fare sempre i bravi!”, perché essere bravi e buoni, cioè, onesti, è l’unica cosa che paga nella vita. E lo scopo educativo di don Bosco era essere “onesti cittadini e buoni cristiani”. Don Remo non ha mai dimenticato né uno né l’altro di questi due obiettivi, aveva capito molto bene che un’attività sportiva sana con le relazioni forti di amicizia che questa favorisce, specialmente in ambiente oratoriano, sono aiuto fondamentale per un’educazione integrale, come la intendeva don Bosco: umana e cristiana.
Su questa linea, fondamentale per un oratorio, il G.S. Rondinella si è sempre ritrovato in questi 50 anni.
|